CINQUANTACHILOMETRIDIFILO

Publiée 07 settembre 2020

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Cinquantatrechilometridifilo è il nido con cui Silvia Beccaria ha accolto Maura Banfo, Giulia Caira, Jessica Carroll, Miriam Colognesi, Claudio Cravero, Paolo Leonardo, Ornella Rovera e Roberta Toscano. Una trama in cui il filo è metafora di attenzione, cura, pensieri, parole, tempo, contatto, dialogo. Il progetto è un’installazione in cui le opere non vivono a sé ma fanno corpo unico con le altre. Proprio quel filo fa sì che si sviluppi un’intimità speciale, di cui lo spettatore entra a far parte, una dimensione sacra che porta al silenzio, all’ascolto, allo sguardo profondo. Questo il dono, e l’opera di Silvia Beccaria. Ogni artista ha un racconto diverso, che si intreccia in una riflessione allargata su un oggetto comune della nostra quotidianità: la foto-tessera. Una sorta di tema proposto da Silvia. Parola composta da foto e da tessera, che unite indicano l’identità e insieme il riconoscimento fenomenologico e sociale dell’individuo. Ma separate aprono all’idea di ripro-riduzione del reale fissato nello scatto e all’atto del tessere. Quindi, il singolo da un lato e la sua relazione con il mondo dall’altro, coagulati in un verbo implicano la creazione lenta di un tessuto, sia esso la propria lettura del mondo, il modo di darsi al mondo, il rapporto con gli altri ma anche con sè stessi. Difficile separare questi aspetti, che fanno parte integrante dell’essere nella vita, il dasein heideggeriano (l’esser-ci). Avvolte in filo trasparente, come tenute da mani aperte che ne permettono la visione, respira una pluralità di storie, declinazioni personali del concetto di identità, come immagine interna ed esterna. Per alcuni è il passato e la famiglia d’origine, per altri il presente e la famiglia creata, e poi il proprio corpo, il volto, l’anima…ma ci sono anche conchiglie e api. Trame complesse, come complesso è il lavoro di Silvia: chissà quante parole possono mettersi in fila lungo 53 km? Quanti pensieri, sensazioni, emozioni? L’invito a partecipare al progetto è stato per ogni artista l’inizio di una riflessione personale molto intima, che si è concretizzata nell’opera ma anche in piccoli testi e citazioni con cui ognuno ha accompagnato il proprio lavoro. Sono disvelamenti di grande emozione, in cui si sono realmente create delle simboliche fototessere sull’identità dell’autore. Degli autoritratti poetici che sono meta-visioni perché sviluppano una percezione istintiva e sensoriale con lo spettatore. Probabilmente per la natura al tempo stesso in/conscia della loro origine, del loro originarsi nel fare dei singoli artisti: confrontarsi con il proprio sé è un cammino che implica sentieri al sole, nuotate, scalate, pozzi, boschi, notti senza luna, stanze aperte e altre di cui andare a cercare le chiavi mentre magari se ne è invece già all’interno. Questo misurarsi con la propria identità lo è anche con la propria vita. Opere che contengono bilanci in forma di immagini, in cui il tempo diventa circolare, abbozza uno spazio protetto. Ma non è un punto finale, un arrivo, solo un respiro condensato. La trama di Silvia ha il respiro dell’opera aperta: fili liberi attorniano su tutti i lati le tasche che custodiscono i lavori di Maura, Jessica, Giulia, Miriam, Roberta, Ornella, Claudio e Paolo. Anse nello scorrere della loro esistenza, che arrivano da sorgenti e sboccano in un estuario, in una trama ancora tutta da tessere. Olga Gambari